La voce corre veloce, forse anche un po’ perché stimola l’entusiasmo, oppure perché ai media istituzionali fa gola: l’Italia cresce economicamente!
Entusiasmo anche legittimo. Chi ha più di 20 anni ricorda in modo chiaro i tempi della crisi. Vibravano frasi di incertezza nell’aria: “c’è la crisi”. E un po’ ci sentivamo pure intimoriti da questa parola, tanto che sussurrarla sottovoce significava anche ammettere una verità scomoda, cioè che il paese era in difficoltà e le uniche sicurezze erano nelle nostre mani.
Nei mesi recenti tuttavia si è parlato di un risveglio dell’economia un po’ come se fosse una luce in fondo al tunnel. Sorvolando però la narrazione mediatica, andiamo a vedere cosa sta realmente accadendo.
La crescita in positivo c’è… forse
È vero, siamo in positivo. Ma cosa vuol dire? La notizia sembra essere positiva perché di fatto abbiamo avuto delle crescite notevoli. Facciamo un breve elenco:
- Dopo la pandemia, l’economia italiana è cresciuta più velocemente rispetto a molte altre grandi economie europee, superando nazioni come Germania, Francia e Regno Unito.
- Nel 2019, l’economia italiana è cresciuta del 3,8%, il doppio rispetto alla Francia e cinque volte più della Germania.
- Dopo la pandemia, il PIL italiano è cresciuto del 4,2%, superando molti altri paesi europei.
- La Borsa Italiana ha registrato un’eccellente performance, con una crescita quattro volte più veloce della media europea.
- L’indice FTSE MIB (che raccoglie le 40 principali aziende italiane) è cresciuto di circa 30% dal 2023 ad oggi, più di qualsiasi altro indice europeo.
- Aziende come UniCredit, Ferrari, Saipem e Brunello Cucinelli hanno registrato crescite impressionanti.
- Il numero degli occupati è cresciuto del 2,6% nel Mezzogiorno, rispetto a una media nazionale dell’1,8%.
- Il debito pubblico è sceso dal 155% del PIL nel 2020 al 137,7% nel 2023.
- I prezzi dell’energia in Italia sono scesi dell’11% negli ultimi mesi, grazie a minori impatti dalle interruzioni delle forniture di gas russo rispetto ad altri paesi europei.
Che dire, sono dati davvero positivi, ma serve scendere più a fondo. Non è tutto oro quello che luccica.
La falla nella narrazione dei mainstream media
Osserviamo più da vicino. Nonostante il debito pubblico sia sceso dal 155% del PIL nel 2020 al 137,7% nel 2023, l’Italia è ancora intrappolata in una spirale di debito crescente.
Cosa significa? Uno stato si indebita, spiegato in modo molto semplice, nel momento in cui emette un titolo di debito che un finanziatore (fondi, banche, privati, stati esteri o altri enti) acquista in cambio di un interesse pagato in futuro. Questo permette allo stato di avere della liquidità per pagare la spesa pubblica e gli interessi dei titoli scaduti ad altri finanziatori. Dov’è l’inghippo? Se lo Stato italiano, pur di pagare gli interessi e di mantenere la spesa pubblica, contrae altro debito, allora non fa altro che accumulare interessi su interessi i quali, un giorno, non sarà più in grado di pagare.
Da qui la figura della “spirale del debito”. Chiedo un prestito per ripagare i prestiti che ho fatto in passato. Si deduce benissimo che il sistema non può durare a lungo.
Gli interessi sul debito rappresenteranno circa 88,3 miliardi di euro nel 2024, aumentando a 90,7 miliardi nel 2025, ovvero circa il 4% del PIL (che è tanto, specie se pensiamo che spendiamo appena l’1% per l’istruzione, a fronte dell’1,45% di media nei paesi OCSE).
Questo sta drenando risorse che potrebbero essere destinate a investimenti in settori chiave per lo sviluppo come istruzione e infrastrutture.
Sebbene il Fondo Monetario Internazionale sia fiducioso di ridurre il debito sotto al 140% del PIL entro il 2025 – cosa che ovviamente ci auguriamo – altri dati remano a sfavore della previsione.
La spirale del debito
La domanda legittime potrebbe essere ora: “ma se i dati di prima sono in positivo allora il debito pubblico non dovrebbe diminuire? Dopotutto l’economia sta andando bene e lo stato dovrebbe così avere più entrate”. Tanto per iniziare, quel boom economico post-pandemia sembra essere dato proprio dagli incentivi formulati dal governo per favorire la ripartenza ma che si sono anche rivelati un salasso delle casse statali.
Ad esempio, per il Superbonus 110% (sussidio provvisto per smuovere il settore dell’edilizia) ha portato un’uscita stimata tra i 210 e i 220 miliardi di euro. Questa cifra include l’insieme delle agevolazioni legate ai bonus edilizi, comprese le detrazioni fiscali e i crediti d’imposta; risulta così alta anche per l’aumento delle frodi sulle richieste dei sussidi, costato allo stato miliardi su miliardi.
Parentesi. Parlando di edilizia, potremmo anche notare il collegamento tra i sussidi statali prolungati e gli affitti vertiginosamente altri negli ultimi due anni, ma evitiamo di divagare.
Ebbene, questi bonus e sussidi hanno di fatto stimolato la ripresa, condita anche da una positiva accelerata del turismo della riapertura, ma creando un’economia artificiale, in positivo solo per una botta data dalle casse statali. Dunque sì, ci sono state entrate cospicue, ma la spesa è paurosamente alta, soprattutto se guardiamo i dati dell’evasione fiscale, la quale contribuisce a impoverire di parecchio (più di 80 miliardi) le nostre riserve.
E ora come paghiamo tutti i debiti contratti? Come colmiamo il buco creato dal bonus e dal debito passato? Le soluzioni proposte sono alquanto comuni: tasse, accise, altri finanziamenti ricevuti tramite la contrazione di debito. Peccato che questo sistema non sia sostenibile ancora a lungo.
La vita per l’italiano medio è tosta. In maniera molto sintetica potremmo riassumere le difficoltà nei punti seguenti:
- Il potere di acquisto è calato, sebbene il PIL sembri aumentare. Gli stipendi rimangono fermi nonostante il costo della vita aumenti.
- La spesa per l’istruzione è solo l’1% del PIL, contro una media dell’1,45% nei paesi OCSE, avendo creato una forza lavoro non qualificata e a una produttività stagnante. Solo il 29% dei giovani in Italia possiede una laurea, rispetto al 47% della media OCSE.
- Più che investimenti per innovare l’industria, i servizi e la formazione specifica per i lavoratori che rimangono in Italia, quei soldi vengono usati per pagare il debito accumulato, generando sempre meno opportunità di guadagnare stipendi più corposi e che garantiscano una certa sicurezza.
- In uno stato di insicurezza come quello che sta vivendo una buona fetta della popolazione, si emigra all’estero e si fanno meno figli, riducendo di conseguenza il gruppo di futuri lavoratori. Come un cane che si morde la coda, questo porta ad una diminuzione del gettito fiscale nelle casse pubbliche (perché meno persone lavorano). Nello scenario migliore avremo più tasse, pensioni più basse, età pensionabile tirata al limite e un flusso migratorio da fare invidia ai paesi dell’Est.
Ma s’è speranza. Se il debito contratto venisse infatti utilizzato per creare delle situazioni o finanziare sistemi che generino valore, una produzione migliore e della forza lavoro preparata e pronta a rimanere nella nazione d’origine, gli interessi potrebbero essere ripagati con i frutti di una produzione rinnovata, piuttosto che da altri prestiti.
La soluzione
La possibilità di uscire da questa spirale esiste, sebbene sia rallentata da una classe politica un po’ ottusa e poco coraggiosa nel proporre dei cambiamenti radicali.
La soluzione principale è una vera crescita economica, non basata su sussidi temporanei bensì su investimenti strutturali a lungo termine, specialmente in istruzione, infrastrutture, sanità e tecnologia.
Probabilmente, così facendo, potremmo vivere qualche anno più difficile a causa del debito da ripagare, della pressione fiscale e dei cambiamenti radicali, ma così come è accaduto in Spagna, potremmo raccogliere i frutti di una crescita concreta, permettendo alle future generazioni di rimanere a casa, piuttosto che scappare per garantirsi un futuro.



