Sembra ieri quando abbiamo iniziato a sentir parlare di Covid, eppure sono passati ormai quasi 4 anni dall’inizio della prima pandemia che ha ribaltato il mondo da più punti di vista: economico, sociale e sanitario.
Siamo stati bravi nella riapertura, lasciandoci alle spalle quello che è stato, imparando un’importante lezione per la sanità e conservando ancora oggi l’abitudine di lavorare online e in smart working.
Uno strascico però che non se ne va è quello lasciato dagli effetti avversi al vaccino che stanno spuntando fuori come funghi nel bosco.
Dell’argomento avevamo già scritto qui.
C’è da dire che sicuramente la situazione era quella che era: tempi stretti, pressione sociale, urgenza di trovare una cura, scarsità di risorse e soluzioni. Il momento è stato a dir poco stressante per chiunque, specie per i medici e gli infermieri in prima linea. Questo potrebbe giustificare i brevissimi tempi di sviluppo di un vaccino e l’obbligo vaccinale esteso alla nazione; se ne potrebbe parlare a lungo, ma di obbligo si è trattato (dopotutto per la maggior parte di italiani la scelta era tra il Green pass e il mantenere il posto di lavoro).
Quello che abbiamo vissuto con la campagna vaccinale è stato un vero e proprio pressing, non si può dire il contrario. In casi di emergenza il fine giustifica i mezzi? Non sta a noi deciderlo, ma vorremmo quanto mento far riflettere lucidamente i nostri lettori su uno degli eventi storici che più caratterizzerà il nostro secolo.
A far sorgere qualche dubbio sono i tempi di produzione del vaccino, le dilaganti opinioni scontente dei vaccinati alla terza e quarta dose e svariati casi di effetti avversi.
Quel che fa ancor di più pensare è la recente scelta di Astrazeneca di prelevare dal commercio i suoi vaccini. Il motivo ufficiale? Pare che ormai i vaccini della casa farmaceutica anglo-svedese siano obsoleti e che il ritiro serva per lasciar spazio ia nuovi vaccini brevettati; tuttavia il Guardian così come altri media riportano la notizia di “rari casi di trombosi” accertati a seguito dell’inoculazione del medicinale.
Davvero è questa la motivazione? Il superlativo “rarissimi” assegnato al numero di casi avversi ha senso se comparato a quello che dicono le statistiche? A prescindere dai movimenti del colosso farmaceutico qualcuno dovrà comunque rispondere a milioni di individui, ai quali è stato imposto l’uso di un farmaco che ha rivelato solo col passare del tempo degli effetti collaterali. Si prevedono dunque un gran flusso di cassa per i risarcimenti, ma questa dinamica fa comunque riflettere.
La vera gravità della situazione risiede nel passato comportamento di un governo che ha agito con tempestività (e di ciò se ne riconosce il merito) ma senza lasciare davvero una libera scelta, lasciando che adesso altre persone ne paghino le conseguenze.
Questi “rarissimi casi avversi” sono un male necessario e tollerabile per la salvezza di molti altri individui? Qual è il limite tra “normali effetti avversi” e danni imprevisti? Come sempre, lasciamo al lettore la possibilità di leggere, riflettere e costruirsi un’opinione in via autonoma.


