C’è chi diventa imprenditore perché lo ha sempre saputo. E c’è chi ci arriva per strada, costruendo passo dopo passo leadership e consapevolezza. Rossana Malachin appartiene alla seconda categoria, e non se ne vergogna affatto. Ha cominciato come manager, poi ha aperto un’azienda di formazione, poi ha comprato un’agenzia interinale che ha venduto qualche anno dopo, gestisce immobili in Italia e negli Stati Uniti, e due anni fa ha deciso che guidare macchine sportive non le bastava più: ha fondato una società per la formazione su mezzi pesanti così poteva finalmente guidare i camion nei piazzali. Oggi è Direttore Operativo di Volt Energy Srl.
La incontriamo per parlare di leadership al femminile, di sensi di colpa e di un condominio interiore piuttosto affollato.
Rossana, ti descrivi come un condominio. Come mai questa immagine?
Perché sono un insieme di tantissime persone che non sempre dialogano tra loro.
C’è il generale, quella con il senso del dovere e la tenacia che mi ha fatto fare tanta strada, ma che a volte non va d’accordo con il resto della vita. Ho due figli, ho avuto tante aziende in parallelo e ci sono stati periodi in cui non trovavo il tempo neanche di andare dal parrucchiere.
C’è la musa, e questa è secondo me la parte più preziosa che le donne portano nelle aziende, spesso senza riconoscerla come tale. La musa è quella che vede sempre oltre il presente, che sente che il futuro sarà diverso da oggi anche quando tutti intorno la guardano come se stesse dicendo cose strane. È stata la musa a farmi capire anni fa che la formazione digitale sarebbe diventata centrale, quando ancora quasi nessuno ci pensava davvero. Non sempre le do ascolto quanto meriterebbe, perché la generale spesso la sovrasta con le urgenze del giorno. Ma quando le lascio spazio, succedono le cose più interessanti.
C’è la Cassandra, quella che ascolta l’istinto anche quando fa paura farlo. Ho imparato a darle più spazio con gli anni, perché quasi ogni volta che l’ho ignorata me ne sono pentita. Quando mio marito mi ha detto che non ce la faceva più a mandare avanti l’azienda e me l’ha passata, non avevo tutti gli strumenti per farlo. Ma il mio istinto mi diceva che ce la potevo fare. Ho ascoltato quella voce e sono partita. La Cassandra non ha sempre ragione, ma va ascoltata. Spesso sa cose che la mente razionale non ha ancora elaborato.
E poi c’è la Serena, quella che ho dovuto cercare con più fatica di tutte. Quella che respira, che fa spazio, che non trasforma ogni giornata in una corsa contro il tempo. È l’inquilina che ho incontrato più tardi, in parte grazie al mindfulness, in parte grazie a un percorso che mi ha insegnato che il sorriso non è una debolezza ma si tratta di fondamenta.
Parli spesso della squadra come elemento decisivo. Come si costruisce una squadra che ti libera invece di tenerti prigioniera?
La prima cosa che ho capito e che continuo a ripetermi perché non è ancora automatica, è circondarsi di persone diverse da sé. Io sono sportiva, dinamica, vado di corsa. Eppure mi circondo di amiche che prima di uscire la mattina ci mettono diciotto ore, di uomini che fanno yoga, di persone che hanno un passo completamente diverso dal mio. E questo mi fa crescere, mi apre angolature che da sola non vedrei mai. In azienda ho vissuto una cosa che racconto spesso: avevo preso una persona per occuparsi dell’accreditamento. Qualcuno in OSM mi ha detto, guarda che forse quello non vuole solo fare l’accreditamento, è appassionato di formazione a distanza. Mi sono fermata, mi sono seduta vicino a lui, cosa che vi consiglio di fare ogni tanto con le persone che avete accanto, e gli ho chiesto cosa avrebbe fatto se avesse potuto scegliere. Ha tirato fuori un sacco di idee. Abbiamo costruito insieme una piattaforma di formazione digitale, abbiamo aggiunto una persona per la comunicazione, un programmatore web e lui è diventato il responsabile di tutta la formazione a distanza. Le persone che possono cambiare le vostre aziende spesso sono già dentro.
Essere donna e ambiziosa in Italia. Come si gestisce il peso di tutto quello che ti viene chiesto di essere contemporaneamente?
Con un patto. Ci ho messo anni ad arrivarci, ma la risposta è questa: non puoi gestire volumi importanti, tenere una famiglia in piedi e farlo completamente da sola. Non funziona, e chi vi dice il contrario vi sta raccontando una storia che non esiste. E cambiare partner non risolve nulla, perché il problema si ripresenta nella stessa forma con una persona diversa. Serve un accordo vero, costruito con chi hai accanto. Io sono stata fortunata, ma ho anche lavorato su questo: ho educato il mio ambiente domestico nel tempo, non è successo da solo. I miei figli hanno avuto una madre che arrivava sempre tardi alle feste, che dimenticava i cani da qualche parte, che a volte non c’era. Hanno anche avuto una madre che ha dimostrato loro che si può costruire qualcosa di proprio partendo da zero. Entrambe le cose sono vere e non mi vergogno di nessuna delle due. Quello che voglio dire alle donne è smettete con i sensi di colpa cronici. Non si può vivere costantemente in quella modalità. Non fa bene a voi, non fa bene a chi vi sta accanto e non fa bene all’azienda.
Hai perso diversi collaboratori in poco tempo e lo racconti come una delle lezioni più importanti. Cosa è successo?
Ero talmente orientata a tenere alte le statistiche, a fare il fatturato, a guardare i numeri, che non mi sono accorta che in ufficio stava cedendo qualcosa di molto più fragile: il clima delle relazioni. Ho perso quattro persone in un mese. E quando mi sono fermata a capire perché, la risposta era scomoda: ero così dentro al fare che non avevo visto quello che stava succedendo intorno a me. Il clima sereno non è un accessorio, non è una cosa bella da avere se avanza tempo. È la struttura portante. Se crolla quella, crolla tutto il resto. Da lì ho anche cominciato a guardare con più attenzione i compagni di viaggio in senso più ampio: dentro l’azienda, ma anche fuori. Ho capito che alcune persone, soci compresi, stavano assorbendo energie senza restituirne. Ho preso decisioni difficili, costose, dolorose. Ma togliere di mezzo chi ti tira giù è una forma di rispetto verso tutto quello che hai costruito.
C’è qualcosa che vorresti che le donne imparassero prima, qualcosa che tu hai capito con più fatica del necessario?
Almeno due cose. La prima è il rapporto con il denaro. Ho notato nelle donne che conosco, anche quelle con attività avviate, una scarsa familiarità con la gestione finanziaria vera, quella degli investimenti, delle strategie patrimoniali, delle scelte a lungo termine. Eppure siamo noi a governare le famiglie, a tenere i conti di casa, a sapere esattamente dove va ogni euro. Quella sensibilità va portata nell’impresa, va coltivata, va insegnata alle figlie. Io gestisco immobili in Italia e negli Stati Uniti, ho sempre gestito i conti della mia famiglia, e ho insegnato ai miei figli a lavorare con i propri soldi da giovani. L’autonomia finanziaria è libertà concreta, è la capacità di fare scelte senza dipendere da nessuno. La seconda cosa è il sorriso. Vengo da una famiglia in cui il sorriso non era di casa. Nel mio ambiente il pianto non era accettato, l’emozione era una debolezza. Ho impiegato anni a capire che sorridere non è ingenuità: è la base. Puoi avere tutto, ma se non riesci a portare un clima sereno intorno a te, stai costruendo su qualcosa che prima o poi si sgretola. Ho imparato a farlo, e da quel momento molte cose sono cambiate, dentro e fuori.
Innaffia il tuo albero
Rossana chiude con un’immagine semplice: il bonsai. Le relazioni, dice, vanno curate e annaffiate come un albero. Non crescono da sole, non sopravvivono all’abbandono, e non si recuperano all’ultimo momento quando ormai si sono seccate. Il network non è una lista di contatti da scorrere quando si ha bisogno di qualcosa: è un ecosistema che costruisci nel tempo, con cura, con presenza, con la generosità di condividere quello che sai anche quando non hai nulla da guadagnarci nell’immediato. E nei momenti in cui il condominio interiore fa troppo rumore, in cui l’ansia occupa ogni centimetro disponibile e il respiro si accorcia, Rossana ha trovato una risposta nel mindfulness. Perché fare impresa consuma. E chi non impara a ricaricarsi davvero, prima o poi si ferma. Meglio impararlo prima.



