Siamo freschi di campagne elettorali in tutta Europa, ma cosa ci raccontano i risultati elettorali degli ultimi mesi?
I risultati delle elezioni europee del 2024 hanno parlato chiaramente. L’organizzazione dei seggi nel Parlamento Europeo vedrà come principali protagonisti molti partiti di destra. Prima di vedere però cosa comporterà, analizziamo i risultati delle elezioni.
I principali vincitori a livello Europeo
Partito Popolare Europeo (PPE) ha ottenuto il maggior numero di seggi, consolidando la sua posizione dominante, ma con un margine ridotto rispetto alle precedenti elezioni.
Anche altri partiti di destra hanno registrato, come anticipato, forti guadagni.
In Francia, il Rassemblement National ha ottenuto quasi un terzo dei voti (28.8%), mentre in Italia, Fratelli d’Italia ha visto un aumento significativo del supporto, diventando il partito dominante del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR).
Il Partido Popular ha ottenuto il 34.2% in Spagna, mentre il PPE ha mantenuto una solida presenza in Germania. Nei paesi nordici le forze centriste hanno avuto la meglio, nonostante l’avanzare della destra, mentre nei Paesi Bassi si mantengono scelte più liberali e centriste.
Cosa implica questo nuovo assetto parlamentare?
L’avanzata dei partiti di destra potrebbe spingere verso un’agenda più conservatrice su svariati temi.
I programmi dei partiti conservatori di destra ed estrema destra, quali ECR e ID – i quali in totale detengono 125 seggi – pongono l’accento sulla sovranità nazionale e sul controllo delle frontiere, opponendosi a un’ulteriore integrazione europea, specie con politiche di immigrazione molto restrittive e protezione dell’identità culturale nazionale. Dal punto di vista economico si punta ad una riduzione delle tasse e alla promozione del libero mercato.
Questo però sarà da vedere.
Il primo partito, quello che ha conquistato 177 seggi, rimane il Partito Popolare Europeo (PPE) di centro-destra, il quale dovrebbe proporre politiche di libero mercato, sostegno alle piccole e medie imprese, riduzione della burocrazia, sostenere un controllo più rigoroso delle frontiere dell’immigrazione, oltre che impiegare un approccio pragmatico alla gestione del cambiamento climatico. Dovrebbe essere una destra conservatrice più calma, meno drastica e più vicina al resto d’Europa.
Tuttavia, tra PPE, ECR e ID, il parlamento europeo conterà ben 302 seggi di destra: quasi la metà di 705, i seggi totali.
Ma perché questa corrente politica? Perché queste scelte da parte dei cittadini europei?
Tanto per iniziare, le democrazie nate e cresciute da inizio XX secolo oggi appaiono affaticate, spente, troppo deboli davanti le sfide del XXI secolo, il quale tra guerre e tecnologia, sembra regalare ogni giorno delle novità sorprendenti.
La sinistra sembra non stare al passo, sembra non adattarsi in tempo a tali novità. Appare spaesata, incapace di adeguarsi sviluppando obiettivi concreti, raggiungendoli in modo veloce e usando strumenti innovativi.
Ma in modo più evidente, quella europea sembra essere una scelta di ribellione, di noia, di stanchezza mentale.
Stanchezza dovuta ad un abbondante spettacolo di burocrati lenti, posticci e lontani dalla realtà quotidiana del cittadino europeo, il quale vede sempre più trascurati i suoi reali bisogni e sempre più incerta la sua sicurezza.
La scelta a destra si presenta come soluzione spontanea per prendere le distanze dagli ultimi governi, non tanto come scelta conveniente e desiderata. Questo cambio di rotta si rivela essere quindi un tentativo di innovazione.
In Europa, ad esempio, si respira molto timore per via dell’aumento del flusso migratorio e per l’incombenza del multiculturalismo. Questa paura è fomentata dalle destre che gridano “all’invasione”, come se questi flussi possano oggettivamente compromettere il benessere del cittadino medio, salvo però garantire soluzioni rapide e concrete – al contrario dell’opposizione, con tempi molto più lunghi e con molta più moderazione – e ciò garantisce sostegno e attenzione.
In più le singole nazioni appaiono incapaci di garantire autonomamente i bisogni dei suoi cittadini, costrette sempre più a rivolgersi al governo centralizzato e rendendo ancor più appetibili le promesse di sicurezza, controllo e prosperità fatte dalle destre europee.
È stata proprio questa lentezza, questa distanza dai cittadini e questa crescente disattenzione a rendere l’Unione Europea una macchina burocratica lontana dalla realtà, facendo sì che il popolo stesso non si sentisse più rappresentato.
Queste elezioni sono state la prova lampante di una richiesta di grandi cambiamenti.
I cittadini europei – o almeno quelli che hanno espresso un voto – ancora doloranti per le ferite procurate dalla politica nazionale ed europea degli ultimi 20 anni, si rivolgono all’unica scelta politica che sembrerebbe in grado di garantire delle soluzioni concrete e di mantenere le promesse che ogni democrazia dovrebbe mantenere, prendendo sempre più le distanze dal gruppo di politici lenti e poco onesti, i quali hanno alimentato sempre più la sfiducia dei governati verso i governanti.
L’altra scelta, quella che potrebbe portare un cambiamento dello status quo, rimane dunque sterzare e provare a destra, sperando di ottenere risultati diversi. È un meccanismo umano.
Un terza scelta applicata invece da molti italiani è quella dell’astensionismo, ulteriore evidenza, però, che la gente ne ha piene le scatole di sperare in qualcosa o qualcuno che si rivela puntualmente deludente o incapace di rispettare quanto promesso.
Questa ovviamente non vuole essere una sentenza definitiva. Più che una rassegnazione, questa analisi vuole essere una presa di coscienza. Il fatto che la maggioranza parlamentare europea vada in una direzione non significa che il mondo prenderà una specifica piega, ma piuttosto ci racconta che là fuori qualcuno vuole cambiare ed è disposto a tutto pur di farlo, anche votare qualcuno che non pensava di poter votare, anche astenersi completamente dal voto e rimboccarsi le maniche in modo autonomo.



