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Comprendere la crisi Israelo-Palestinese: il punto di vista degli Israeliani

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Dalla sua nascita nel 1948 alla crisi ancora in corso oggi.

Israele, e il suo rapporto con la Palestina, è da oltre sessant’anni al centro di un dibattito che vede posizioni molto contrastanti a confronto. Strumentalizzato e messo al servizio di politici, politicanti, propagandisti, e uomini e donne dello spettacolo di tutto il mondo, il conflitto è arrivato ad essere raccontato in modo caricaturistico nelle testate giornalistiche mondiali, riducendolo ad un “buoni contro cattivi”, “deboli contro forti”, e tutte quei cliché giornalistici che piacciono tanto alle prime pagine dei quotidiani.

Per comprendere la difficoltà di risoluzione di questo conflitto, e le ragioni per il quale dura fino ad oggi, dobbiamo comprendere le posizioni, e le ragioni, degli attori in campo.

Per capire le ragioni di Israele, e di coloro che ne difendono i diritti, dobbiamo prima di tutto comprendere che il giorno stesso della dichiarazione della nascita dello stato di Israele, il 14 maggio del 1948, le armate di Siria, Iraq, Egitto e Giordania attaccano il paese, dando inizio alla Prima Guerra Arabo-Palestinese.

Le ragioni dell’ostilità affondano però le radici già nella Prima Guerra Mondiale, durante la quale, nelle fasi finali del conflitto, la Gran Bretagna, che in Palestina e Medio Oriente stava combattendo l’Impero Ottomano, più attraverso spionaggio e addestramento di milizie locali che con eserciti regolari, i quali invece erano impegnati in Nord Africa, decide di raccogliere il supporto di una minoranza locale facoltosa, ma militarmente poco strutturata: gli Ebrei.

Per gli Inglesi è l’occasione di fomentare un’altra insurrezione nel Medio Oriente, dopo quella del Principe Al-Faisal in Siria, Giordania e Arabia Saudita (coordinata e architettata dal celebre Lawrence d’Arabia), per destabilizzare l’Impero Ottomano e prepararsi alla sua spartizione tra i paesi vincitori europei. La Gran Bretagna ha difatti già programmato di ricevere il mandato di Palestina, che infatti riceverà nel 1920, che le assicura il controllo sopra la regione strategica affacciata sul Mediterraneo, e per farlo ha bisogno del sostegno di una delle minoranze di potere in Palestina: gli Ebrei. 

Per questo nel 1917, con la Dichiarazione di Balfour, gli Inglesi comunicano a Lord Rotschild, l’allora rappresentante della comunità ebraica internazionale, il benestare alla creazione di uno stato nazionale ebraico all’interno della Palestina, fosse avvenuto sotto il protettorato britannico. La comunità ebraica esisteva in Palestina da generazioni, ed era circa un decimo della popolazione musulmana, e metà di quella cristiana presente nella regione, quindi certamente una minoranza, ma non di certo insignificante.

Saltando a pié pari alcuni decenni di dissidi, concessioni, accuse, trattative saltate e promesse non rispettate, dopo la Seconda Guerra Mondiale, così come gli altri paesi Colonialisti, anche la gran Bretagna deve restituire autonomia ai suoi protettorati e colonie, tra cui la Palestina. Nel frattempo nasce inoltre la necessità di risarcire la comunità ebraica internazionale per i drammi vissuti nella Seconda Guerra Mondiale, e la Gran Bretagna, assieme alla comunità internazionale, decide di farlo mantenendo fede a quanto promesso nella Dichiarazione di Balfour

Il giorno prima della cessazione del Mandato Britannico in Palestina, il 14 maggio 1948, il leader Israeliano David Ben-Gurion dichiara la nascita dello Stato d’Israele. Come anticipato, il giorno stesso Siria, Iraq, Egitto e Giordania, gli stati arabi confinanti, attaccano il paese.

Alla fine del conflitto, Israele ne emerge vincitore de facto, occupando il 78% della regione, firmando degli armistizi, ma non delle trattative di pace. Nei decenni successivi, Israele viene aggredita militarmente, con incursioni, atti di terrorismo, e vere e proprie invasioni su larga scala, almeno una decina di volte, e dal canto suo anch’essa ha restituito le ostilità, attaccando i paesi vicini.

Ciononostante, Israele cerca delle trattative di pace che le permetterebbero di stabilizzarsi nella regione, anche se non sembra intenzionata a restituire i territori occupati, il ché complica la risoluzione del conflitto. L’instabilità nella regione dovuta alla Primavera Araba, inoltre, le ha permesso di consolidare il proprio controllo sulle zone occupate, infastidendo anche i nemici strategici di Giordania, Libano e Siria, e sembra ancora più lontana la possibilità che restituisca loro parte dei territori conquistati.

In conclusione, Israele intrattiene con i paesi circostanti, che le sono profondamente ostili, una politica estera bestiale e animalesca, che però diventa comprensibile quando si realizza che tutti i “vicini di casa” del giovane stato Ebraico ne vogliono il completo annientamento. Israele mostra quindi i denti con tutto e tutti, giocando pulito e sporco, per la propria sopravvivenza. Quanti di noi giocherebbero secondo le regole, circondati da cinque aggressori?

Questo articolo non vuole essere un’apologia di Israele, che si è macchiata, come tutti i partecipanti di qualsiasi conflitto, di atrocità disumane, bensì un tentativo di far comprendere, attraverso una breve escursione nella geopolitica della regione, la situazione di Israele, e le ragioni di chi ne difende l’operato.

Per riavvicinarci ad una soluzione pacifica delle ostilità in Medio Oriente, il ché include Israele e Palestina, bisogna comprendere che il desiderio di instabilità, conflitto, incertezza e povertà nella regione non viene da chi vi abita: Musulmani, Cristiani, ed Ebrei Arabi,  ma da chi, dalla sicurezza dei propri uffici dall’altra parte del mondo, ha interesse che il Medio Oriente rimanga caotico e diviso per potervi applicare influenza e sfruttare le risorse.

Per portare ad una pace duratura, non esiste altra soluzione che comprendere il diritto di esistere, le ragioni, e la condizione di entrambe le parti in gioco, Israeliani e Palestinesi, e non trasformare la questione in una scontro tra tifoseria animata da dibattiti da barricata.

Comprendere l’altro è l’unico modo per aprire un dialogo che porta alla pace, e la pace dovrebbe essere il primo obiettivo di tutti. Dovrebbe.

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Rami Nazha

Rami Nazha è Direttore Commerciale di OSM Real Estate, società di consulenza in gestione d’impresa specializzata nel settore immobiliare. Dottore in Studi Internazionali, Rami è da sempre appassionato di tematiche di attualità, di storia, di geopolitica e relazioni internazionali, anche a causa delle sue origini Italo-Siriane. Questo, e il suo amore per la scrittura, che ha dato vita nel 2021 al suo romanzo d’esordio, “Germogli”, spingono Rami a cercare di essere una voce lucida e penetrante nel panorama del giornalismo d’informazione, portando analisi e approfondimenti circa il panorama internazionale dell’imprenditoria e politica.

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