Non ci sono mai state così poche nascite in Italia come nel 2022: 393.000 nuovi nati, 184.000 in meno rispetto al 2008. La popolazione del nostro Paese sta invecchiando. Ad oggi l’età media nel nostro Paese è la più alta dell’Unione Europea: 48 anni (per dare un confronto: l’età media negli Stati Uniti è di 38,5 anni, in Brasile 33 anni, in India 29, in Egitto 24). In mancanza di fattori esterni che intervengano a cambiare la tendenza (un’esplosione dei flussi migratori o una forte impennata delle nascite), nel 2041 solo una famiglia su quattro nel nostro Paese sarà composta da una coppia con figli.
Questo però non vuol dire che diventeremo un Paese di allegri e ricchi pensionati. L’aumento dell’età media di un Paese, infatti, va a braccetto con il rallentamento della sua crescita economica e con un cambiamento importante delle abitudini e dei consumi dei suoi cittadini. In mancanza di crescita demografica, infatti, servono sempre meno immobili, si celebrano meno matrimoni, si acquistano meno mobili, ecc, ecc.
Non solo: in mancanza di crescita demografica le imprese hanno sempre più difficoltà a reperire giovani talenti e manodopera. Se paragoniamo l’anno 2020 all’anno 2000, ci rendiamo conto che nell’anno 2020 in Italia c’erano 3.826.000 persone in meno nella fascia d’età tra i 20 e i 39 anni, il 22% di forza lavoro in meno.
Paesi più sviluppati del nostro, come gli Stati Uniti, l’Inghilterra o il Canada, hanno provato a ovviare a questo problema incoraggiando un’immigrazione di qualità: si pensi solo a tutti i laureati che, dopo aver studiato negli Stati Uniti, si fermano a “cercare fortuna” in quel Paese, alla lotteria delle Carte Verdi riservata ai diplomati o alla ricerca aggressiva da parte delle aziende delle Silicon Valley di programmatori indiani. Gli Stati Uniti, con una popolazione cinque volte superiore all’Italia, accolgono circa 1 milione di nuovi immigrati all’anno. Il nostro Paese in questo senso ha messo in campo politiche deboli che, nella maggior parte dei casi, gli permettono di avere un’immigrazione di manodopera di scarso livello e comunque non in grado di contrastare l’invecchiamento del Paese. Nel 2019 abbiamo avuto circa 150.000 nuovi permessi di soggiorno rilasciati. Troppo poco, troppo tardi.
In questo scenario tutto sommato non esaltante, quali sono le opportunità che si potrebbero creare per l’imprenditore della PMI?
In un Paese che ha una popolazione che invecchia, pur in un progressivo rallentamento dell’economia, ci sono comunque alcuni business che crescono: si pensi per esempio a tutte le attività legate alle case di riposo, alla ricerca e fornitura di badanti e di collaboratori domestici, alla sanità (una popolazione che invecchia e la cui età media cresce ha sempre più bisogno di servizi di sanità di alto livello – non importa se privati), all’odontoiatria (più persone anziane significano più protesi e più impianti). Chi scrive pensa che verranno premiate in particolar modo tutte quelle strutture private o pubbliche che forniranno servizi di elevata qualità e con una buona esperienza ed organizzazione. Anche se anziane, le persone hanno imparato ad essere esigenti e ad aspettarsi un’esperienza di qualità nella fruizione del servizio.
Vediamo inoltre grandi opportunità per tutte quelle imprese che lavorano nel reperire risorse umane e nella robotizzazione: in un mondo dove la manodopera è sempre più scarsa le aziende, un po’ come ha fatto Mc Donald con i totem per gli ordini, inizieranno a ricercare sistemi per fare di più con meno. Collegata a questa ci sarà la spinta da parte delle imprese a investire nell’Employer Branding, a fidelizzare le persone e a ridurre il turnover: in un’economia dove c’è carenza di manodopera perdere diverse persone dell’organico potrebbe portare a difficoltà non da poco per sostituirle. Se lo Stato italiano non adotterà nuove e vincenti politiche sull’immigrazione vediamo anche difficoltà crescenti per le aziende che occupino una manodopera stagionale: pochi giovani autoctoni, unito a ostacoli crescenti nell’attirare manodopera dai Paesi vicini, che ora si stanno sviluppando, comporterà inevitabili difficoltà.
Si possono ipotizzare anche dei cambiamenti nel settore dell’immobiliare. L’Istat prevede che nel 2041 circa 10 milioni di persone nel nostro Paese vivranno da sole. Meno crescita demografica significa anche meno famiglie, meno richiesta di appartamenti e di case e ciò potrebbe comportare un calo dei prezzi immobiliari nelle località fuori dalla città o poco servite. Questo, per esempio, è già il caso in alcuni borghi d’Italia dove le case non riescono più ad essere vendute ed è un’esperienza che sta sperimentando anche il Giappone dove ci sono ben 8 milioni di case sfitte nelle campagne, al punto che, per attirare residenti, le autorità locali in alcuni casi le vendono finanche a soli 500 dollari.
Il problema demografico non è sentito solo nel nostro Paese: diversi dei Paesi dell’Unione si stanno interrogando o provando a correre ai ripari: oltre a ripensare tutta la politica migratoria, le soluzioni potrebbero essere nell’incentivazione economica per le famiglie che facciano due o più figli (tipo far pagare alla famiglia zero tasse fino al raggiungimento della maggiore età del nascituro o nel fornire alle neo-madri contributi a fondo perduto come, per esempio, avviene in Corea del Sud dove per ogni nuovo nascituro una coppia riceve uno stipendio di 450 dollari al mese per 7 anni.
Comunque tu la dovessi pensare sull’argomento sappi che la demografia sarà una delle forze che plasmerà il futuro del nostro Paese. La tua impresa si sta preparando ad affrontare questo problema o, ancora meglio, si sta posizionando per cogliere le nuove opportunità che potrebbe creare?



