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Come ha fatto Israele a diventare così ricco? – L’economia dello stato perennemente in guerra

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La domanda è lecita, se ci pensiamo. Come ha fatto uno stato in mezzo al deserto e creatosi in un periodo postbellico così impegnativo a diventare uno dei più ricchi e potenti al mondo?

Perché sì, dobbiamo riconoscerlo: Israele ha una presa sulla politica mondiale che molti altri stati – Europa inclusa – si sognano. La quasi totale assenza di punizioni o seri ragguagli verso il governo israeliano da parte dei governi mondiali quasi fa rabbrividire, constatando che l’esercito israeliano fa quel che gli pare come e quando gli pare.

Ovviamente anche la popolazione israeliana stessa riconosce che la situazione con la guerra sta sfuggendo di mano, tuttavia il governo e l’élite al comando non accenna a fermarsi. Ciò è possibile grazie ad aiuti militari e grassi finanziamenti forniti da ricchezza interna e dagli amici occidentali (USA).

Come si è arrivati all’attuale Stato di Israele

Oggi Israele ha un PIL pro capite di circa 52.000 dollari, classificandosi come il secondo paese più ricco del Medio Oriente dopo il Qatar (che conquista il primo posto grazie alle riserve di gas naturale). Le esportazioni sono principalmente negli Stati Uniti, in Cina e India, mantenendo una bassa integrazione economica con i paesi vicini, decisamente più poveri dal punto di vista tecnologico.

Ma da dove è partito tutto e perché è stata scelta proprio la Palestina come insediamento e territorio per lo stato israeliano?

Fondamentalmente a fine ‘800, gli ebrei iniziarono a immigrare in Palestina, supportati dal movimento sionista, con l’obiettivo di creare uno stato per difendersi dalle persecuzioni antisemite in Europa. Il movimento sionista era sostenuto da famiglie ricche come i Rothschild e ottenne anche l’appoggio della dichiarazione Balfour del 1917.

Nel 1901 fu creato il Fondo Nazionale Ebraico per raccogliere donazioni e avviare progetti di colonizzazione in Palestina, sviluppando villaggi agricoli e infrastrutture nel deserto, tra cui i famosi kibbutz, comunità agricole che seguivano principi socialisti.

Durante il ‘900 poi l’immigrazione ebraica aumentò soprattutto dopo la crisi economica del 1929 e l’ascesa del nazismo, con molti ebrei, spesso altamente qualificati, che fuggirono dalle persecuzioni e si stabilirono in Palestina. Qui la comunità ebraica iniziò a costruire fabbriche e sviluppare industrie nei settori tessile, farmaceutico, e delle armi. Un esempio importante è la fondazione di Rafael Advanced Defense Systems nel 1948.

La nascita della nazione e la crescita

Nel 1948, dopo la risoluzione ONU che prevedeva la creazione di due stati, uno ebraico e uno arabo (nonostante la popolazione ebraica fosse appena del 30%), David Ben Gurion – primo ministro del primo governo dello stato di Israele – proclamò la nascita dello Stato di Israele. Questi vinse la prima guerra arabo-israeliana nonostante le sfide iniziali, grazie a una struttura istituzionale già consolidata e all’aiuto finanziario internazionale, soprattutto dagli USA. È qui che ha inizio una vertiginosa scalata.

Nei primi anni ’50 gli investimenti furono concentrati in infrastrutture e nell’industria, sostenuti anche da riparazioni di guerra pagate dalla Germania: ciò consenti un veloce sviluppo. Strade e infrastrutture per la ricostruzione furono sovvenzionate da circa 30 miliardi pagati nel breve periodo, mentre altri 50 miliardi furono pagati come risarcimento alle vittime dell’olocausto e alle loro famiglie.

Ad ogni modo i rapporti commerciali avvenivano principalmente con paesi lontani, sia USA che in Europa, ma raramente coi vicini arabi. Ciò ha sicuramente favorito la creazione ti un clima teso (politicamente parlando), favorito dalla lenta trasformazione di Israele in un avamposto dell’occidente per gli interventi armati nelle guerre arabo-israeliane successive.

Questo sviluppo accelerato e limitato a pochi canali portò il paese, trent’anni dopo, ad una grave crisi economica, con inflazione altissima e un debito pubblico fuori controllo, il quale richiese numerosi interventi governativi.

Ecco da dove viene la ricchezza

Da dove nasce tuttavia la ricchezza in questa nazione?

Tanto per iniziare la nazione ha sempre investito un’ampia fetta del proprio PIL in armamenti militari (nel 1975, la spesa militare raggiunse il 30,5%, contro gli Stati Uniti che la mantenevano sul 3 o 4%), i quali inizialmente erano solo una spesa ma che, col tempo, sono stati trasformati in tecnologia utilizzabile dai civili e commerciabile, garantendo un nuovo flusso di denaro.

Questo continuo focus di Israele sullo sviluppo militare e tecnologico ha portato lo stato a specializzarsi nello sviluppare, incoraggiare e avviare start-up e progetti tecnologici innovativi, non facilmente replicabili dagli altri stati se non con ingenti somme di finanziamenti (che raramente ottengono, se non mai). Dai primi anni del XXI secolo abbiamo assistito alla trasformazione di Israele in una “Startup Nation”. Questo ha portato alla crescita del settore tech e all’attrazione di capitali, contribuendo al 20% del PIL totale.

Molto curato e ben foraggiato è il sistema di formazione dei giovani studenti israeliani che si dimostrano capaci di sviluppare nuove tecnologie. Questo sistema garantisce un gruppo sempre crescente di cittadini-lavoratori altamente specializzati e competenti in settori con pochissimi concorrenti, come appunto quello tecnologico e quello militare. In Italia, ad esempio, questo sviluppo e questo incoraggiamento è quasi inesistente, creando automaticamente un PIL molto più basso (ne abbiamo parlato qui).

Possiamo dunque vedere come, nell’arco degli ultimi 50 anni, l’economia israeliana sia stata progettata per sviluppare un’efficienza militare che esporta all’estero. E qui si palesa sempre meglio il legame con i grandi finanziamenti americani e della Silicon Valley che piovono sulle start-up israeliane ricavando in cambio profitti e nuova tecnologia.

Che questi finanziamenti abbiano forse il costo di un silenzioso assenso sulle manovre militari – anche illegittime – perpetrate dal governo israeliano?

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Francesco Iavarone

Francesco Iavarone è un autore Pugliese che da anni lavora con le parole. Scrittore, Articolista e Copywriter. La passione per la ricerca e la scrittura nascono sui banchi di scuola per poi diventare una vocazione vera e propria. Dottore in fisica, ama studiare, indagare e scrivere di temi di nicchia, scrivendo con l’intento di far emergere la verità dai fatti presentati e investigati.

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