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Come gli USA e l’Unione Europea lavorano progressivamente per ridurre libertà e informazione

Ci sono stati molteplici episodi, nell’arco dell’ultimo anno, di censura o di limitazione nella circolazione di informazioni. Abbiamo sentito parlare di social e grandi mezzi di informazione in difficoltà perché pressati dalla politica o limitati perché privi di controlli.

Facciamo intanto un riassunto di tutti questi eventi.

Arrestato il CEO di Telegram

Il CEO di Telegram, Pavel Durov, è stato arrestato in Francia e detenuto per quattro giorni dalle autorità francesi. È stato interrogato in merito all’uso di Telegram per attività illegali come traffico di droga e sfruttamento minorile. La detenzione di Durov è avvenuta mentre i funzionari francesi valutavano se formalizzare le accuse contro di lui. Dopo l’interrogatorio, Durov è stato rilasciato, ma le indagini continuano, e non è ancora chiaro se saranno mosse accuse formali contro di lui.

Le pressioni su Zuckerberg durante la pandemia

Mark Zuckerberg, CEO di Meta, ha dichiarato di essersi pentito per aver ceduto alle pressioni dell’amministrazione Biden durante la pandemia per censurare alcuni contenuti su Facebook. Ha affermato che alti funzionari hanno chiesto di rimuovere post specifici, compresi quelli satirici sul COVID-19. Zuckerberg ha definito tali pressioni “sbagliate” e ha espresso l’intenzione di opporsi a richieste simili in futuro.

Le proteste in RAI

Proprio qui in Italia siamo freschi di proteste e dibattiti a tema censura.

Emblematico l’intervento di Enrica Agostini, giornalista RAI che lamentava limitazioni e sottili censure nei pezzi da scrivere. Davanti ad una sala gremita di giornalisti e altri uditori, ha dichiarato:

 “In 20 anni mai subite pressioni e censure come in questo periodo. Non abbiamo dato la notizia di Lollobirgida in treno o di Giambruno se non dopo molte ore.

Non diamo notizie. Mentre invece quello che sicuramente dobbiamo fare è parlare di Giorgia Meloni di cui il Telegraph dice essere una grande statista: una notizia di 5 giorni prima […].

Purtroppo ormai la politica non vuole più il confronto con le domande. Noi non facciamo più domande, mandiamo dei video autoprodotti di pura propaganda […].  

La mattina arrivo a Montecitorio e devo contrattare le parole da mettere nel pezzo […]”.

Per approfondire, ne abbiamo scritto qui.

Ma basti anche solo notare che sulla maggior parte delle testate giornalistiche italiane (possiamo dire anche mondiali) non si fa menzione del fuoco israeliano contro i civili palestinesi o la stampa di Al Jazeera che si trova lì per documentare.

Le minacce europee a X

Ricordiamo poi che X, prima nota come Twitter, è stata minacciata di chiusura in Europa con la scusante della moderazione dei contenuti.

L’Unione Europea, attraverso il commissario Thierry Breton e altri parlamentari, ha avvertito Elon Musk che X potrebbe essere chiusa completamente all’interno dell’UE se non rispetta la normativa sul Digital Services Act (DSA). Se X non si adeguerà, potrebbe affrontare multe fino al 6% del suo fatturato globale o addirittura il blocco dell’accesso alla piattaforma all’interno dell’UE.

Tik Tok in bilico negli USA

Attualmente, TikTok non è vietata negli Stati Uniti, ma ci sono diverse preoccupazioni e discussioni in corso che potrebbero portare a un divieto o a cambiamenti significativi; ne abbiamo già parlato qui.

Il governo degli Stati Uniti ha espresso preoccupazioni per la sicurezza nazionale legate alla proprietà cinese dell’app tramite ByteDance, la sua società madre. Si teme che il governo cinese possa accedere ai dati degli utenti americani o influenzare i contenuti mostrati agli utenti, utilizzando TikTok per la propaganda o per manipolare le opinioni politiche.

In risposta a queste preoccupazioni, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato una legge che richiede a ByteDance di vendere le operazioni statunitensi di TikTok entro un certo periodo di tempo o affrontare un divieto nazionale. Questa legge è stata firmata dal Presidente Joe Biden. ByteDance ha contestato questa legge in tribunale, sostenendo che un divieto violerebbe il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che protegge la libertà di espressione.

Al momento l’applicazione di intrattenimento è già vietata sui dispositivi governativi negli Stati Uniti, ma un divieto completo per tutti gli utenti è ancora oggetto di dibattito.

Le dubbie dichiarazioni di Ursula Von der Leyen

Tempo fa abbiamo parlato di una dichiarazione di Ursula Von der Leyen in merito alla gestione di sicurezza online. La proposta, al tempo avanzata in clima di campagna elettorale, parlava di introdurre uno “Scudo democratico europeo” (European Democratic Shield) col fine di schermare la disinformazione, i fake della IA, di rimuovere contenuti e le cattive interferenze (di chi?).

Indubbiamente uno strumento utile e necessario, ma chi ci assicura che, così come tutti i casi di limitazione della libertà precedentemente citati, non lo si usi per etichettare notizie scomode come “fake news” o “dubbia provenienza”?


Questo infatti è il dubbio più grande.

Un simile elenco di eventi o situazioni non può che far riflettere. L’Europa e gli USA, potenze attualmente protagoniste dello scenario mondiale, hanno il potere, in effetti, di etichettare una notizia come falsa o di schermarla del tutto qualora se ne percepisse la scomodità.

Dobbiamo prenderne atto. La possibilità che un potere politico tolga di mezzo delle informazioni ritenute scomode c’è ed è concreto. Lo vediamo accadere ogni giorno, ma l’orgoglio e la sicurezza in noi stessi ci rende ciechi. “Me ne accorgerei”, pensiamo.

Eppure è mettendo assieme i pezzi del puzzle, che risulta evidente la realtà: ci sono informazioni in circolo nel mondo che danno fastidio a qualcuno.

Non parliamo ovviamente della miriade di commenti fuori luogo che vanno giustamente moderati nel marasma del web, bensì a quei fori di informazione che non fanno capo direttamente ad una sorgente politica e controllata, garantendo dunque una più flessibile libertà.

C’è differenza tra censurare e moderare: è nostro dovere tenerlo bene in mente e ricordarlo a chi, là sopra, prende le decisioni.

C’è speranza.


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Francesco Iavarone

Francesco Iavarone è un autore Pugliese che da anni lavora con le parole. Scrittore, Articolista e Copywriter. La passione per la ricerca e la scrittura nascono sui banchi di scuola per poi diventare una vocazione vera e propria. Dottore in fisica, ama studiare, indagare e scrivere di temi di nicchia, scrivendo con l’intento di far emergere la verità dai fatti presentati e investigati.

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