Nel contesto della trasformazione globale in atto, l’America Latina e i Caraibi si trovano a fronteggiare sfide multidimensionali che stanno ridefinendo il loro ruolo geopolitico ed economico. Ma come è messa questa regione del globo?
Ai margini del mondo
Con il progressivo evolversi della geopolitica mondiale, l’America Latina occupa una posizione sempre più periferica, se non per qualche protagonista più in vista, come il Brasile. Le economie avanzate stanno focalizzando le loro agende sulla reindustrializzazione e sulla transizione energetica, lasciando la regione impantanata in un modello economico dipendente dalle esportazioni di materie prime. L’America Latina possiede infatti due risorse chiave che potrebbero rilanciarne il peso strategico, cioè proprio l’energia rinnovabile e la produzione di materie prime necessarie al mondo industrializzato, come il litio (essenziale per le batterie).
Per dare un’idea concreta basti sapere che il Paraguay ottiene il 100% della sua elettricità da fonti rinnovabili. Paesi come Cile, Perù e Messico producono il 40% del litio mondiale.
Eppure, nonostante questi traguardi importantissimi che in altre parti del mondo possiamo solo sognare, l’America Latina non se la passa sempre bene.
Una crescita economica stagnante e non omogenea
Una recente analisi del CeSPI (Centro Studi Politica Internazionale) mostra come la zona presenta tassi di crescita economica medi del 2,1% nel 2024, un dato indicativo di una stagnazione cronica dovuta a fattori strutturali dei paesi interni (non tutti per fortuna).
A cosa può essere dovuta questa stagnazione? Partiamo col dire che oltre il 50% della forza lavoro opera senza regolamentazione, con salari bassi e scarsa protezione sociale, il che impatta sensibilmente sui dati.
L’economia regionale è oltretutto vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi internazionali delle commodities (ossia materie prime non lavorate come petrolio, minerali, gas naturale, caffè, soia, zucchero, ecc.) che vengono commerciate con l’estero. Questo commercio frenetico ha fatto sì che molti paesi si concentrassero esclusivamente sul commercio, senza diversificare, generando oltretutto il calo della manifattura e limitando la competitività globale (vedi immagine in evidenza).
Questi problemi sono infine aggravati da una distribuzione della ricchezza estremamente diseguale, con politiche fiscali incapaci di ridurre efficacemente il divario economico e da una forte mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo. Il quadro è dunque molto delicato, si intravede però un barlume di speranza specie grazie a realtà più libere, meglio governate e amministrate, tra le quali ad esempio Uruguay, Chile, Barbados, Costa Rica, Argentina, Panama, Brasile (che corrispondono alle zone con più libertà civili e rispetto dei diritti). Agli antipodi troviamo invece Cuba e Venezuela, dove attualmente il neo-eletto presidente Maduro sta generando da mesi proteste e dure repressioni, non venendo addirittura riconosciuto e legittimato da molti governi esteri (inclusa l’Italia).
Democrazia sotto pressione
A proposito di tensioni politiche e Venezuela, dal 2018 l’intera regione ha sperimentato un’intensa alternanza politica. Tuttavia, questa dinamica non ha portato a un rafforzamento democratico; al contrario: la crescente polarizzazione ha indebolito la coesione istituzionale e favorito approcci autoritari, percepiti come più efficaci e poi difficili da cambiare o gestire.
Rimane poi il problema del narcotraffico che costituisce uno dei più grandi business alternativi nella zona e del quale occorrerebbe parlare in un contesto a parte, data la vastità del tema. Non mancano però segnali positivi: in Brasile e Guatemala, ad esempio, recenti tentativi di golpe istituzionale sono stati sventati, evidenziando la resilienza di alcuni sistemi democratici e il desiderio di stabilità e sana giustizia da parte della popolazione.
Nuovi equilibri nelle relazioni internazionali
L’America Latina cerca di bilanciare le relazioni tra Stati Uniti, Cina e Unione Europea, ma la mancanza di un coordinamento regionale coerente limita la sua capacità di influenzare le agende globali (per ora).
Pechino è il primo partner commerciale della regione, con investimenti significativi in infrastrutture strategiche e materie prime. Nonostante un’influenza in declino, gli USA rimangono cruciali su temi come il narcotraffico e la migrazione, il confine con il Messico è infatti la zona più calda.
Attraverso il piano Global Gateway, l’UE ha stanziato 45 miliardi di euro per rafforzare la cooperazione economica e politica e non lasciarsi sfuggire l’opportunità con una regione che, se non subito almeno nei prossimi decenni, sarà un partner di commercio fondamentale. Forse questa corsa agli investimenti è anche sollecitata dall’arrivo dei BRICS nel panorama mondiale, dei quali fanno parte il Brasile e Cuba e molti altri paesi hanno richiesto l’adesione: Colombia, El Salvador, Nicaragua, Perù, Venezuela.
Prospettive e sfide future
In conclusione possiamo dire che, nonostante i problemi cronici, l’America Latina ha le risorse per rilanciarsi come attore globale. Tuttavia, il successo dipenderà da alcune priorità fondamentali quali la governance e gli investimenti in innovazione, da infrastrutture a servizi e ricerca e sviluppo.
Come tutti i fenomeni umani, anche quello della cattiva governance o del narcotraffico subirà forti cambiamenti per poi concludersi, la vera domanda è quando questo potrà verificarsi? C’è un modo per accelerarlo?
La transizione energetica rappresenta infatti un’opportunità unica per attrarre investimenti e creare un modello di crescita più resiliente, creando un’alternativa. Tuttavia, questo richiederà un impegno politico e istituzionale significativo per superare le attuali debolezze strutturali. Solo attraverso un rinnovato dinamismo politico ed economico, l’America Latina potrà riacquisire un ruolo centrale nello scenario globale.



