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Chaebol: le megacorporazioni coreane che controllano il paese. Accadrà anche a noi?

Chaebol
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Come un pugno di famiglie detiene la maggioranza del PIL della Corea Del Sud

La Corea del Sud non è solo la sorella buona della terrificante Corea del Nord. Seul, sfoggiando un sorriso smagliante, si presenta come il gigante buono della tecnologia, fornitore di chip, informatica e una buona dose di serie tv e musica K-Pop. Agli occhi del grande occidente euro-americano, la Corea del Sud pare solo una timida potenza commerciale e tecnologica, incastonata tra mostri filo-sovietici come la Cina, la Corea del Nord, e il Vietnam. Un pupillo di innovazione e liberalismo da proteggere dai giganti asiatici.

Eppure, non è tutto oro quello che luccica nella penisola del Joseon.

Dopo la Guerra di Corea, nel 1953, il governo Sud Coreano si trovò con un paese distrutto da un conflitto di tre anni, con un’economia quasi interamente agricola che non era in grado di sostenere la ripresa. Park Chung-hee, a capo del governo militare, negli anni sessanta decise quindi di supportare i grandi conglomerati industriali con a capo singole famiglie proprietarie, nate tra il 1920-30, fornendogli ampie libertà e tutele governative.

Nascevano così le Chaebol, corporazioni attive in tutti i settori dell’impresa che dettavano apertamente le policy del paese, con l’obiettivo di ripristinare l’economia della Corea del Sud e spingerla al rilancio nel panorama economico e commerciale asiatico. Un grande compromesso che il paese avrebbe pagato per gli anni a venire.

La stessa parola Chaebol, che definisce questo tipo di corporazioni, è l’unione dei due ideogrammi coreani per “Clan” e “Ricchezza”, a rappresentare la vicinanza tra le forme di gestione di queste imprese e il medioevo asiatico, fondato su lealtà, onore, osservanza di un codice e gravi punizioni per chiunque vi si opponga.

A distanza di sessant’anni, ora le Chaebol controllano il 77% dell’economia coreana, con Samsung (41%), Hyundai (13%), LG (9%) e SK Group (7%) in cima alla classifica. Dai dieci più importanti conglomerati, dipende l’88% delle esportazioni del paese, e la singola Samsung impatta per il 30% sugli indici ETF (Exchange Traded Fund, un fondo negoziato in borsa che si può acquistare sul mercato) come il MSCI Korea. Non bisogna fare grandi salti logici per capire come questo ponga un rischio per l’autonomia del governo Sud Coreano, e anche per potenziali investitori esteri. Gli stessi coreani, per aspirare a qualsiasi carriera di rilievo, devono studiare in università Samsung, comprare casa da Samsung, e guidare un’auto  Hyundai.

E se l’Italia è il quarto cliente europeo per volume di fatturato della Corea del Sud, con 6.3 miliardi di scambi solo nel primo semestre del 2021 (42% di più rispetto al 2020), con partnership tecnologiche e scientifiche a doppia mandata, è facile capire come tutto questo ci tocchi in prima persona. Un gigante asiatico alle porte, manovrato da una mano guantata.

La penetrazione delle corporazioni coreane nel tessuto sociale non si ferma però solo all’economia. Anche la legge e la magistratura ne sono fortemente influenzate. Difatti, nel 2017 l’allora Vicepresidente del gruppo Samsung, Lee Jae Yong, venne accusato e processato per corruzione, appropriazione indebita e falsa testimonianza; il processo portò anche alle dimissioni da Capo di Stato di Park Geun, accusato di aver accettato tangenti per 38 milioni di dollari. 

Ogni anno, nell’anniversario della Guerra di Corea, è tradizione emanare dei perdoni presidenziali durante la celebrazione, e immancabilmente tra i nomi perdonati figurano grandi personaggi di spicco delle Chaebol. 

Nel 2021, Lee Jae Yong ricevette quindi un perdono presidenziale, sotto spinta anche della Camera di Commercio degli Stati Uniti e da allora riveste la carica di Vicepresidente del gruppo Samsung, dimostrando come tutti sono perdonabili, soprattutto se sono proprietari all’11% del più grande gruppo corporativo di Corea.

Questo mostra l’impunibilità dei manager delle corporazioni Coreane, che peraltro fanno valere la loro forza anche nel pagamento dei dividendi delle azioni, distribuendo un misero 1.35%, forti del peso specifico che ricoprono nel mercato azionario Coreano. 

Nonostante i tiepidi tentativi del governo coreano di supportare la piccola e media imprenditoria del paese, cercando di svincolarsi dal compromesso con le chaebol, l’esistenza di questi enormi conglomerati in grado di influenzare senza sforzo l’economia e le politiche del paese pone dei gravi rischi nell’investire nel paese. A tal punto, che il ministero degli esteri italiano elenca tra i rischi operativi di lavorare con la Corea del Sud proprio l’esistenza di queste megacorporazioni. 

Se poi consideriamo che dal 2011 l’UE ha rimosso i dazi doganali tra Unione Europea e Corea del Sud, non pare assurdo pensare ad una penetrazione delle Chaebol in Europa, con la Samsung che ha preannunciato investimenti per 356 miliardi entro il 2026.

L’attenzione delle Chaebol sembra però rivolgersi per gli investimenti diretti quasi esclusivamente alla Corea del Sud (80%), scegliendo invece per l’internazionalizzazione, soprattutto negli Stati Uniti ed Unione Europea, di appoggiarsi a fornitori e partner strategici locali. Questo porta quindi le aziende che collaborano con le Chaebol a interscambi tecnologici e di know-how di grande valore.

In fondo non dimentichiamo che a livello di diversificazione d’impresa e fidelizzazione del management di alto livello, le Chaebol non hanno rivali al mondo. Viene quindi da pensare che forse queste caratteristiche, diversificazione e fidelizzazione, siano alla base di quel 77% del PIL Coreano (1,811 migliaia di miliardi di dollari) che le Chaebol producono.

La storia delle Chaebol è certamente un grande monito, ma forse anche un grande insegnamento su come la diversificazione d’impresa, e la costruzione di linee manageriali molto solide e fedeli possa portare ad una crescita esplosiva. Le Chaebol non sono l’unico esempio di supporto statale verso le imprese, ma sono uno dei pochi esempi di megacorporazioni al mondo.

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Rami Nazha

Rami Nazha è Direttore Commerciale di OSM Real Estate, società di consulenza in gestione d’impresa specializzata nel settore immobiliare. Dottore in Studi Internazionali, Rami è da sempre appassionato di tematiche di attualità, di storia, di geopolitica e relazioni internazionali, anche a causa delle sue origini Italo-Siriane. Questo, e il suo amore per la scrittura, che ha dato vita nel 2021 al suo romanzo d’esordio, “Germogli”, spingono Rami a cercare di essere una voce lucida e penetrante nel panorama del giornalismo d’informazione, portando analisi e approfondimenti circa il panorama internazionale dell’imprenditoria e politica.

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