Sulla scia dell’ultimo articolo di questa rubrica, concludiamo il discorso iniziato con Anna Aulico, socia e responsabile HR di OSM VALUE e con una lunga esperienza nel coltivare e gestire relazioni, così come nel volontariato e nell’insegnamento.
Il tema affrontato nell’intervista di oggi tocca una parola davvero importante e delicata: causatività.
Essere causativo significa mettersi nelle condizioni di generare un’azione o un risultato, assumendosi dunque le responsabilità di quanto si fa e si dice.
Come mai ne parliamo? Assumersi la responsabilità di qualcosa, specie se si parla di organizzazioni, associazioni e aziende, permette di acquisire una posizione più elevata di leadership, oltre che permettere di apprendere meglio e più velocemente quanto si sta facendo.
Ma ragionando al contrario, nel non essere causativi e nel delegare la responsabilità a qualcun altro si finisce solo per perderci, o addirittura a incarnare parte del problema che si sta tentando di risolvere. Ma cerchiamo di essere più concreti.
“Perché ragionare in termini causativi? Qual è il vantaggio?”
Intanto partiamo da un dato di fatto. Non è rara la tendenza di attribuire la felicità ad una certa condizione. Nello specifico, tendiamo a essere felici – o a credere di esserlo – solo ed esclusivamente al realizzarsi di una condizione esterna, come un nuovo lavoro, il partner giusto, la nascita di un figlio, l’acquisto di una casa o traguardi simili.
In questi casi il “potere di renderci felici”, se così vogliamo chiamarlo, viene attribuito ad una situazione che è possibile che si verifichi… oppure no! Spesso sono cose che non dipendono da noi, eppure la nostra speranza rimane. Il risultato? Un limbo di incertezza e di emozioni: il nostro entusiasmo viene intaccato da quello che fuori accade e che non è nella nostra sfera di controllo.
In termini semplici, diamo la responsabilità di come stiamo e di cosa sentiamo a quanto accade là fuori, lontano dalla nostra influenza. Il vero vantaggio risiede dunque proprio in cambiare questa delega di potere: assumersi la responsabilità di quanto facciamo, pensiamo e diciamo ci permette di essere causativi, di diventare cioè causa di quanto accade e scegliere il nostro stato interiore.
Non significa comandare l’esterno, significa piuttosto essere in grado di rispondere a ciò che accade (e che magari non possiamo controllare) nel modo migliore, senza intaccare il nostro stato di benessere.
Ecco quindi che la felicità non risulta più come un insieme di obbiettivi raggiunti, ma piuttosto come un atteggiamento col quale rispondere alla vita, consapevoli che questo modo di fare porta risultati decisamente migliori rispetto all’aspettare che sia il mondo là fuori a darci quanto ci spetta.
La felicità diventa uno stato di benessere che possiamo vivere costantemente perché la scegliamo, non una fortuita conseguenza di qualcosa che ci capita.
È possibile agire in modo causativo (assumersi quindi una responsabilità) anche quando si sta vivendo una situazione davvero impegnativa?
La risposta è sì. Anche se non dico sia semplice, specie per la realtà che una persona sta vivendo. Vallo a dire a un detenuto con altri 20 anni di carcere davanti che può scegliere di assumersi la responsabilità della sua vita ed essere felice. È un discorso molto delicato e potente da comprendere.
Ma qual è l’alternativa? Si può essere felici anche dietro le sbarre? Sì!
Ognuno di noi vive dei momenti sfidanti nella propria vita, anche a me è successo. L’unica condizione che, in quei periodi, mi ha permesso di rimanere solida era credere fortemente che quella non fosse la mia condizione naturale, che la mia vera vita era diversa e che avrei potuto fare qualcosa a riguardo.
Ho sempre amato la vita, anche quando non si poteva chiamare vita. Ma in quei momenti la differenza è stata nel sentirmi responsabile e causativa. Questo mi ha permesso di uscirne.
In effetti se non sei causativo diventi tu il problema. Può capitare di avere una persona vicina davvero indisposta e difficile da gestire, ma cosa risolviamo se semplicemente deleghiamo a lei la responsabilità di cambiare e non ci impegniamo a creare un contesto favorevole? Un atteggiamento causativo potrebbe essere, nelle interazioni con questa persona, desiderare silenziosamente la sua felicità: ciò renderà più docili e pacate le sue risposte, consentendo una comunicazione più genuina.
Come possiamo applicare quindi tutto questo in ambito imprenditoriale?
In mille modi diversi! Intanto già lavorando su sé stessi si può fare un’enorme differenza.
Poi ragionare come se fossi l’unico incaricato e responsabile dei risultati della tua azienda è sicuramente una mentalità vincente, a prescindere dal ruolo ricoperto. Questo modo di pensare assicura una leadership più solide ed efficace, oltre che aiutarti nello scalare la vetta.
Riprendendo il discorso di prima, un’applicazione davvero importante per chi lavora a contatto con altre persone è ricordarsi che siamo tutti esseri buoni, anche chi fa del male, sembra avere la testa tra le nuvole o sta vivendo una situazione difficile. Assumersi la responsabilità di vedere i difetti e le sfide del prossimo e nonostante ciò andare oltre, vedendo cosa di buono c’è in lui, vince sempre.
Nasciamo buoni, poi le condizioni in cui viviamo manifestano invece luce o oscurità. Posso guardare il lato positivo e guardare le uscite negative come una fragilità.
Ed è così che essere causativi manifesta la nostra vera forza…



