Punto di non ritorno. Cosa significa? Il termine deriva dall’inglese “point of no return” ed è nato nel contesto dell’aviazione militare. Durante la Seconda Guerra Mondiale indicava il momento in cui un aereo, avendo consumato metà del carburante necessario per l’andata e il ritorno, non poteva più tornare alla base in sicurezza e doveva proseguire la missione o trovare un’alternativa.
Oggi usiamo questa espressione per indicare un immaginario confine superato il quale non è più possibile tornare alla situazione iniziale. Lo usiamo, riferendoci al clima, per indicare quel momento in cui avremo sfruttato tutte le risorse possibili, emesso da processi industriali l’ennesimo grammo di gas inquinante e consumato l’ulteriore risorsa idrica, trasformando irrimediabilmente il clima e l’ambiente terrestre. Questo appare evidente se pensiamo a come l’innalzamento della temperatura media globale di 1,1°C (attualmente raggiunto) abbia già generato eventi estremi, da disastri naturali a siccità.
È un punto che, per alcuni, è stato già sorpassato. Per altri ci siamo quasi ma c’è ancora speranza. Per ora diamo un’occhiata al punto in cui ci troviamo.
Dati alla mano
Il nuovo rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, in italiano Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici) dichiara che le soluzioni per ridurre le emissioni di gas serra e adattarsi al cambiamento climatico sono già disponibili (per fortuna), ma serve un’azione immediata, repentina e ambiziosa per tenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C. Le emissioni dovrebbero essere dimezzate entro il 2030 per evitare danni irreversibili.
In questo senso, gli sforzi globali non sono minimi, dobbiamo riconoscerlo. Stiamo assistendo alla diffusione di provvedimenti ad alto impatto come ad esempio
- La recente COP28 (nel 2023)
- Investimenti globali nelle energie rinnovabili (solare, eolico, idrogeno verde).
- Graduale abbandono dei combustibili fossili, con politiche come la Carbon Neutrality per il 2050 in UE, USA, Cina e altre nazioni.
- Programmi di riforestazione per assorbire CO₂.
- Salvaguardia di ecosistemi
- Sviluppo di impianti per catturare e immagazzinare CO₂ dall’atmosfera (Carbon Capture and Storage).
- Creazione del Fondo Verde per il Clima per supportare i paesi in via di sviluppo nell’adattarsi e mitigare il cambiamento climatico.
Tuttavia, ogni ritardo in queste soluzioni rende la transizione ad un’era Green più difficile. L’IPCC sottolinea infatti la necessità di maggiori finanziamenti, giustizia climatica e cooperazione globale per sostenere le regioni più esposte e promuovere soluzioni efficaci, ma soprattutto veloci.
“Our World in data“: chi emette più CO2?
Con l’Accordo di Parigi (2015) le nazioni aderenti hanno scelto di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, questo ovviamente include degli impegni nazionali per ridurre le emissioni, ma davvero questi sforzi stanno dando frutti?
Secondo le statistiche riportate dal sito Our World in data la classifica di nazioni che emettono più anidride carbonica (per cittadino) vede sempre in testa Stati Uniti, Russia, Cina e poi l’Europa. Una non visibile nel seguente grafico è l’Arabia Saudita, che negli anni ’60 aveva addirittura superato gli USA!

I dati non sembrano ottimisti: buona parte delle potenze mondiali ha un minimo di 4 o 5 tonnellate di emissioni per cittadino, fino a sfiorare addirittura le 15.

Ciò ovviamente è impegnativo da gestire, ma almeno il trend che si prospettava nei primi anni 2000 sembra essersi ora attenuato, sicuramente grazie a tutti gli sforzi in corso per gestire il cambiamento climatico.
Cosa vogliono quindi dire questi numeri? Vogliamo guardarli da un taglio positivo e immaginare che siamo sui binari giusti. C’è da ammettere che la strada è ancora molto lunga e l’obiettivo non è stato minimamente raggiunto, tuttavia la direzione è quella corretta.
Certo però dobbiamo riconoscere che il clima, la natura e la vita sul pianeta Terra sono cambiati sensibilmente nell’ultimo secolo anche grazie alla traccia lasciata dall’uomo.
E adesso?
Uno slancio ottimista ce lo lascia anche il rapporto citato poc’anzi:
”L’ultimo rapporto di sintesi dell’IPCC mette a nudo la dura verità sullo stato attuale del clima. Ma ci mostra anche che abbiamo gli strumenti per invertire la nostra attuale traiettoria…”
Purtroppo, infatti, il Rapporto di Sintesi dell’IPCC mette in evidenza la gravità della crisi climatica, segnalando che è “più probabile che non” che le temperature globali raggiungano 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali (e tanti cari saluti all’Accordo di Parigi). Tuttavia, sebbene il documento non introduca nuove evidenze scientifiche, raccoglie le più recenti conoscenze globali, offrendo ai governi una guida pratica per attuare misure urgenti ed efficaci.
Dunque una via da seguire c’è, è illuminata, e pare anche che la transizione possa concretizzarsi a breve.
Adesso più che mai c’è da stare in guardia, da assicurarsi che ogni governo segua la direzione prestabilita senza deviare.
La responsabilità degli imprenditori risiede nel creare e gestire le proprie attività rendendole, nel limite del possibile, eco-compatibili e a basso impatto ambientale. Come cittadini, abbiamo il dovere di agire con consapevolezza, adottando comportamenti sostenibili e pretendendo trasparenza e impegno da chi ci governa.
Nella partita col clima, adesso ci giochiamo il tutto per tutto. Una speranza c’è: l’ultima.



