Non se ne parla perché accettare anche solo la possibilità sarebbe la miccia di un caso davvero esplosivo, eppure dall’attentato a Trump del 13 Luglio si vocifera che le dinamiche dell’incidente siano state favorite dalla negligenza dei servizi di sicurezza adibiti alla protezione del candidato alla Casa Bianca.
Negligenza oppure attentato premeditato e magari stimolato da altre istituzioni? L’argomento è intoccabile per quanto scotta, ma vale la pena parlarne.
In quanto ex presidente, Trump avrebbe diritto ad una scorta riservata per chi ha ricoperto tale ruolo e gestita direttamente dallo stato, dunque non privata.
Le accuse che hanno seguito l’attentato puntano il dito verso l’amministrazione di Biden, la quale avrebbe deliberatamente e ripetutamente privato il team di sicurezza di Trump delle risorse necessarie già da molte settimane e mesi.
L’ex presidente è sopravvissuto per un soffio, tuttavia l’attentatore ci è andato dannatamente vicino. Se fosse riuscito nel suo intento, probabilmente ora avremmo una guerra civile oltreoceano.
Da parte dei partecipanti al comizio – testimoni degli eventi – e dalla destra politica arrivano le accuse principali. Ad esempio:
1. Il team di sicurezza di Trump – come detto prima, sotto la gestione del governo principale e non di un privato – sarebbe stato a corto di agenti e al limite delle sue capacità, avendo destinando gran parte delle proprie risorse alla sicurezza di un evento organizzato da Jill Biden, casualmente nella zona. I servizi segreti smentiscono la versione ma il caso rimane aperto.
2. Pare che il direttore dei Servizi Segreti di Biden abbia ordinato alle forze dell’ordine di abbandonare il tetto che l’assassino ha successivamente usato, escludendolo dal perimetro di sicurezza.
3. Quando le forze dell’ordine hanno segnalato alla radio una persona sospetta che utilizzava un telemetro laser non è stato fatto nulla per controllare o per assicurarsi delle intenzioni del sospettato.
4. Ad un certo punto l’attentatore (visibilmente armato e non nascosto, secondo i testimoni) era palesemente una minaccia incombente, ma davanti alle richieste dei presenti alla polizia non è stato preso alcun provvedimento.
Se consideriamo infine la scorta più vicina all’ex presidente, pare che gli errori siano stati molteplici, come ad esempio non coprirlo completamente – nelle registrazioni si vede infatti una donna, membro della scorta, un po’ più bassa di Trump e che lo copre solo parzialmente – o come magari il tempo interminabile che Trump ha passato sul palco prima di venir trascinato via.
Il fatto, appunto, che gli sia stato permesso di fermarsi e salutare la folla col pugno alzato è stato molto pericoloso, quasi folle. Perché permettere ad un soggetto in pericolo (e ferito) di fermarsi invece che muoverlo ed evacuarlo immediatamente dal sito? Tendenzialmente la priorità in crisi simili è muoversi e anche in fretta.
Tanti piccoli – o quasi – errori indipendenti che, messi l’uno accanto all’altro fanno perdere molta credibilità nei sistemi di sicurezza americani. Dopotutto stiamo parlando del paese che ha vissuto in prima persona l’11 Settembre e che è noto per la frequenza di attentati armati. Perché dunque tanta negligenza?
C’è chi, guardando il quadro completo, sospetta che l’assassino – sul quale si sa ancora pochissimo – non abbia agito da solo, ma che sia stato invece stimolato e sostenuto nella preparazione dell’attentato.
Con chi ha parlato l’attentatore nelle ore, giorni e settimane (o addirittura mesi) precedenti al 13 luglio? Chi ha incontrato? Come ha trovato la soluzione del raduno di Butler e soprattutto come ha avuto l’idea di un tetto, casualmente scoperto e non sorvegliato, dal quale agire indisturbato?
La CNN sospetta un complotto iraniano per uccidere Trump, ma Teheran ha smentito proprio oggi il coinvolgimento.
Il determinante sarà in quello che ascolteremo nei prossimi mesi dai media americani: se nessuno parlerà più di quell’attentatore ventenne, se nessuno scaverà più nella sua storia e nelle dinamiche dell’attentato, allora c’è da preoccuparsi. Allora vorrà dire che non c’è un sincero interesse nel comprendere se davvero Trump è ancora in pericolo o è stato un evento isolato, implicando che probabilmente c’è tanto da nascondere.
Queste sono e rimangono ovviamente supposizioni, ma queste versioni – additate come complottiste e prive di senso – nascono proprio perché, sotto sotto, organizzazioni come CIA ed FBI, piani simili non hanno mai avuto problemi ad attuarli.
Fesserie anche queste? Forse, ma ricordate le ultime notizie sul caso Kennedy?


