Sembrava fantascienza, invece pare sia qualcosa di più frequente e intenzionale rispetto a quanto immaginiamo: le assistenti digitali sono capaci di ascoltarci anche quando non sono attivate intenzionalmente dall’utente.
Il tema torna alla ribalta dopo la notizia che, recentemente, Apple ha accettato di pagare 95 milioni di dollari per risolvere una causa legale collettiva che accusava l’assistente vocale Siri di aver violato la privacy degli utenti. Il patteggiamento, depositato presso un tribunale federale a Oakland, California, attende l’approvazione del giudice.
Gli utenti coinvolti nella causa sostengono che Siri abbia registrato conversazioni private in modo accidentale e che tali registrazioni siano state poi condivise con terze parti, come inserzionisti, che avrebbero utilizzato queste informazioni per inviare pubblicità mirata. Siri si attiva attraverso comandi vocali specifici, come il famoso “Ehi, Siri”, ma dati certi riportano che ciò è possibile anche casualmente senza la partecipazione dell’utente.
Alcuni dei querelanti hanno infatti segnalato episodi concreti: uno ha ricevuto annunci pubblicitari relativi a scarpe Air Jordan e ristoranti Olive Garden dopo averli menzionati casualmente, mentre un altro ha visto pubblicità per un trattamento chirurgico discusso privatamente con il proprio medico.
Ma non è certo l’unico caso. Nel 2019 è emerso che Amazon, Google ed Apple utilizzavano team di persone per ascoltare e trascrivere registrazioni vocali raccolte dai loro assistenti (Alexa, Google Assistant e Siri) al fine di migliorare i servizi. Questo ha sollevato dubbi sulla trasparenza e sul consenso degli utenti riguardo all’uso dei loro dati personali.
Inoltre, alcuni studi hanno evidenziato che gli assistenti vocali possono attivarsi involontariamente, registrando conversazioni private senza che l’utente ne sia consapevole. Come accennato prima, una ricerca ha mostrato che dispositivi come Alexa e Google Assistant si attivano accidentalmente in media 19 volte al giorno, registrando frammenti di conversazioni private.
Eppure non solo smartphone e assistenti digitali sono messi al vaglio, risulta anche che le smart TV siano capaci di registrare dati sensibili sugli utenti. Uno studio firmato da scienziati tra Stati Uniti, Inghilterra e Spagna mostra come il meccanismo di raccolta dati sia concreto e reale. Per citare l’Abstract dello studio:
“Le Smart TV utilizzano un metodo unico di tracciamento chiamato Automatic Content Recognition (ACR) per monitorare le attività di visione degli utenti. L’ACR è una tecnologia simile a Shazam che funziona catturando periodicamente il contenuto visualizzato sullo schermo della TV e confrontandolo con una libreria di contenuti per identificare cosa viene riprodotto in un determinato momento.”
Tutto ciò solleva dubbi legittimi e preoccupanti sull’etica della cosa e soprattutto mette una pulce nell’orecchio: da quanto questo ascolto indisturbato va avanti? Quali dati sono già stati raccolti e che uso se ne è fatto? E ancora più importante, da chi?



