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A scuola di imprenditoria da Paolo Fontanot: “I sogni si costruiscono con il sacrificio. E il successo ha senso solo se puoi condividerlo”

imprenditoria e sogni

C’è chi parla di imprenditoria partendo dai numeri e chi, invece, parte dalle persone. 

La storia di Paolo Fontanot, fondatore de Il Pane Quotidiano, è fatta prima di tutto di sacrificio, disciplina e crescita personale. Dalle levatacce all’alba per aiutare il padre nei campi fino alla nascita di un gruppo con nove punti vendita in Italia e uno a Miami, un gruppo che supera i 12 milioni di euro di fatturato, il suo percorso dimostra che i risultati arrivano quando si è disposti a fare più degli altri, ma anche quando si trova il coraggio di cambiare se stessi. 

Oggi il suo obiettivo è arrivare a 100 punti vendita, non per collezionare successi, ma per creare un’azienda sempre più forte, capace di migliorare la vita delle persone che ne fanno parte.

Paolo, il tuo percorso imprenditoriale inizia molto prima del primo panificio. Quanto hanno inciso la tua infanzia e il rapporto con tuo padre sulla persona che sei oggi?

Hanno inciso tantissimo. La mia mentalità nasce quando avevo appena nove anni. Mio padre mi svegliava alle quattro e mezza del mattino per andare ad aiutarlo in campagna prima della scuola. Se lo aiutavo, mi dava qualche soldo per comprarmi la merenda, altrimenti avrei avuto il pane duro del giorno prima. 

Questa è stata una vera scuola di vita.

Eravamo una famiglia umile, con tre figli, una casa in affitto e poche possibilità economiche. Guardavo i miei coetanei e vedevo che avevano cose che noi non potevamo permetterci. Non ho mai vissuto questa situazione con rabbia, ma dentro di me è nata una determinazione enorme: volevo costruire una vita diversa.

A tredici anni ho deciso di andare a lavorare. Ho iniziato in un’officina, poi quasi per caso un panettiere mi propose di provare a fare il pane. Non sapevo nulla di impasti o macchinari, ma appena sono entrato in quel laboratorio ho sentito che quello era il mio posto.

Da quel momento ho fatto mia una regola che non mi ha mai abbandonato: quando decidi di fare una cosa, falla più degli altri. Arrivavo prima, andavo via dopo, pulivo i macchinari con lo spazzolino da denti, lavoravo gratis il primo mese pur di imparare. Non era un sacrificio per me, era il modo che avevo per costruire il mio futuro.

Da quel ragazzo che lavorava sedici ore al giorno è nato Il Pane Quotidiano. Qual è stato il segreto della crescita?

Prima di tutto amare profondamente il mio lavoro. Io non ho mai vissuto il panificio come un semplice posto dove guadagnare uno stipendio. Lo sentivo mio anche quando lavoravo per altri.

Ho cambiato molti panifici perché volevo imparare qualcosa da ciascuno. Ogni esperienza mi lasciava un pezzo di conoscenza in più. Quando, nel 1997, ho avuto la possibilità di gestire un’attività, ho capito che era arrivato il momento di costruire qualcosa di mio.

Per tre anni ho lavorato senza sosta. Sette giorni su sette, praticamente senza fermarmi. Sono riuscito a mettere da parte cento milioni di lire e li ho investiti tutti per aprire il primo punto vendita di proprietà, che ancora oggi esiste.

Da lì è iniziato un percorso di crescita costante: un negozio, poi un altro, fino ad arrivare agli attuali nove punti vendita in Italia e a un gruppo che oggi supera i dodici milioni di euro di fatturato.

Ma la vera chiave non è stata lavorare tanto. È stata lavorare sempre con entusiasmo, cercando ogni giorno di fare qualcosa meglio del giorno precedente.

A un certo punto, però, hai capito che non bastava essere un grande lavoratore: dovevi diventare un leader. Cosa ti ha fatto cambiare prospettiva?

È stato uno dei momenti più importanti della mia vita.

Nel 2011 avevo già un’azienda che funzionava, tanti collaboratori e risultati economici importanti. Eppure un amico mi disse una frase che mi fece male: “I tuoi dipendenti hanno paura di te.”

Quella sera non ho dormito. Dentro di me sapevo che aveva ragione. Non volevo essere un imprenditore che ottiene risultati attraverso la paura. Volevo costruire un ambiente dove le persone crescessero insieme all’azienda.

Così ho iniziato il percorso con OSM. Pensavo di dover imparare nuove tecniche di gestione, invece ho scoperto che dovevo cambiare io.

Prima ricevevo più di 160 telefonate al giorno perché tutti aspettavano una mia decisione. Nessuno si prendeva responsabilità. Oggi è completamente diverso. Le persone decidono, si assumono responsabilità, sbagliano, imparano e crescono.

La differenza tra un capo e un leader è proprio questa: il capo accentra tutto, il leader costruisce persone capaci di camminare con le proprie gambe.

L’apertura del punto vendita di Miami è arrivata proprio alla vigilia della pandemia. Come si affronta un momento del genere senza mollare?

Con la convinzione che i sogni non si abbandonano alla prima difficoltà.

Avevamo investito oltre un milione di euro in un progetto bellissimo. Un locale di quattrocento metri quadrati in una delle zone più importanti di Miami. Dopo una settimana dall’inaugurazione è arrivato il lockdown.

Siamo passati da incassi molto importanti a poche centinaia di dollari al giorno. Sarebbe stato facile arrendersi. Abbiamo invece preso una decisione diversa. Abbiamo mandato a casa il personale americano, siamo rimasti noi italiani e io sono tornato a fare quello che facevo da ragazzo: il fornaio.

Per dieci mesi ho lavorato ogni notte, lontano da mia moglie e da mio figlio piccolo. Ci sono stati momenti difficilissimi, ma non abbiamo mai chiuso quel negozio.

Oggi quel punto vendita è ancora aperto e, guardandomi indietro, sono orgoglioso di non aver mollato. È la dimostrazione che la determinazione, quando è autentica, fa davvero la differenza.

Oggi il tuo obiettivo è arrivare a cento punti vendita. Per molti sarebbe un traguardo economico. Per te cosa rappresenta?

In realtà il denaro non è mai stato il mio obiettivo finale.

Quando ero bambino mi mancavano tante cose, ma soprattutto mi mancava la serenità che nasce dal sentirsi sostenuti.

Oggi sogno un’azienda molto più grande perché voglio creare qualcosa che lasci un segno. Vorrei realizzare asili aziendali per i dipendenti, offrire servizi concreti alle loro famiglie, creare strumenti che aiutino chi attraversa momenti difficili.

Per me un’impresa ha davvero successo quando migliora la vita delle persone che ci lavorano.

Se un giorno arriveremo a cento punti vendita non sarà per poter dire di essere più grandi degli altri, ma perché avremo costruito una realtà abbastanza forte da restituire al territorio e alle persone almeno una parte di quello che io, da ragazzo, non ho avuto.

E c’è una lezione che porto sempre con me: circondarsi delle persone giuste cambia tutto. Avere accanto qualcuno che crede in te, che ti sostiene quando le cose vanno male e ti ricorda chi sei, vale più di qualsiasi investimento. È quella forza che ti permette di rialzarti ogni volta e continuare a inseguire i tuoi sogni.

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Francesca Turriciano

Sono una copywriter. E mi ritengo veramente “fortunata” perché per lavoro posso “giocare” con le parole ogni giorno. Ma non solo. Posso dare sfogo a tutto ciò che amo: leggere, soddisfare la mia curiosità infinita e vivere una vita “piena”. Sì, perché il lavoro del copywriter non si ferma alla scrittura. Ogni parola che scrivo è solo la punta dell'iceberg di un mondo ricco di idee, emozioni e visioni. In effetti la scrittura ha creato “un prima e un dopo” nella mia vita ed è stata la chiave che ha aperto la porta alla mia vera essenza. Quando ho lasciato entrare la creatività, ho dato il via a un circolo virtuoso che ha portato nuova energia e tanti stimoli interessanti. È stato come un risveglio che mi ha catapultato in una nuova dimensione, fatta di scoperte sempre diverse, avventure straordinarie e storie da raccontare. Oggi sono qui per condividere questo pezzetto di viaggio insieme ad altri lettori che, come me, sono appassionati della vita e dei suoi infiniti racconti.

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