“Sono decenni che i laureati non vedono un futuro in Italia. In 20 anni abbiamo perso 165mila laureati, con una crescita esponenziale dal 2011 in poi”. Questo è quanto emerge da un post di Will_ita, reso ancora più chiaro dall’immagine qui sopra (clicca qui per vedere il post).
Sono circa 164 mila le persone laureate tra i 24 e i 35 anni che sono andate via dall’Italia negli ultimi 20 anni. Queste sono le stime riportate nel report Svimez 2024.
Nel decennio dal 2013 al 2022 più di un milione di residenti sono espatriati, oltre un terzo dei quali aveva un’età compresa proprio tra i 25 e i 34 anni e il 37,7% di questi ultimi era laureato al momento della partenza.
Nel 2022 la Germania, con quasi 3 mila giovani laureati che l’hanno raggiunta, ha superato il Regno Unito nella classifica delle destinazioni preferite. Al terzo posto la Svizzera con quasi 2 mila under 34 e poi la Francia a quota 1.700.
Considerando invece le migrazioni interne, a spostarsi maggiormente sono i giovani laureati del Sud. Sono quasi 300 mila ad essersi spostati dal Mezzogiorno al Centro-Nord tra il 2002 e il 2023.
La Lombardia registra il bilancio più positivo. Negli ultimi 10 anni ha perso 16 mila giovani qualificati, ma ne ha guadagnati 57 mila grazie ai trasferimenti dalle altre Regioni, per un saldo positivo di oltre 73 mila. Segue l’Emilia-Romagna, che ha registrato un saldo positivo di 29 mila laureati under 34.
A soffrire di più invece c’è la Campania che perde un totale di 46 mila giovani laureati.
Insomma, negli ultimi anni, si parla molto di questa “fuga dei cervelli”, ma siamo sicuri che sia tutta colpa del sistema? E se il problema fosse più complesso, coinvolgendo sia le aziende che i giovani stessi?
Alcuni imprenditori lamentano che la Generazione Z ha poca voglia di lavorare, che pretende troppo e che non sa cosa significhi il sacrificio. Dall’altra parte, i giovani si sentono poco valorizzati e incompresi. Ma la vera domanda è: le aziende italiane stanno facendo il possibile per attrarre talenti? E i giovani sono davvero pronti a mettersi in gioco con il giusto atteggiamento?
Cosa pensano i giovani?
La parte del post sulla fuga dei giovani che più mi ha colpito è stata proprio la sezione dei commenti. Tanti giovani hanno espresso il proprio punto di vista: alcuni si sono sfogati, altri erano amareggiati, altri ancora hanno messo in discussione l’intero sistema. Eccone alcuni esempi di commenti che ho letto:
“Il mio più grande rimpianto non essere riuscito ad andarmene. Scappate se potete. L’Italia offre ormai solo buon cibo e mare bello per le vacanze. Qui non c’è futuro sotto nessun punto di vista”
“Quelli che fuggono saranno gli stessi giovani che non vogliono lavorare immagino”
“E ci credo, io non riuscirei mai ad andarmene perché la mia famiglia , i miei amici e la mia casa è qui. Ma dopo 5 anni di università ricevo solo ed esclusivamente proposte di tirocinio di 6 mesi con neanche la sicurezza dopo di essere assunti. A 23 anni, dopo vari sacrifici, anni di studio e lavoretti alla buona è avvilente ricever solo queste misere proposte”
“Felice che presto parteciperò a questa statistica”
“Non c’è futuro in Italia. É un paese governato da vecchi che sta lentamente morendo”
“Il problema è anche che molte lauree non servono a niente. Molti si trasferiscono e alla fine vanno a fare tutt’altro perché non c’è mercato nemmeno all’estero”
Questi commenti sono importanti perchè rivelano una grandissima insicurezza da parte dei giovani. Molti si sentono inascoltati, incompresi e privi di prospettive. La percezione diffusa è quella di trovarsi in un Paese che non valorizza il loro talento e non investe sulle nuove generazioni. Questo è un dato davvero importante per gli imprenditori, che devono conoscere questi pensieri dei giovani e muoversi di conseguenza.
Verità scomode per gli imprenditori e per i giovani
Quando si parla di fuga dei cervelli, ci sono alcune verità scomode da conoscere se vogliamo davvero affrontare il problema.
1. Le aziende devono essere più attraenti, ma i giovani devono dimostrare il loro valore
La Gen Z vuole flessibilità e opportunità di crescita. I giovani non rifiutano quindi il lavoro, ma rifiutano il lavoro senza prospettive. Stage infiniti, contratti precari e promesse non mantenute non aiutano certo i ragazzi a restare. All’estero ci sono aziende lungimiranti che offrono retribuzioni competitive, formazione e crescita meritocratica. Per questo i giovani si trasferiscono.
Allo stesso tempo, è anche vero che alcune aziende sono disposte a offrire tutto questo, eppure faticano a trovare giovani motivati e pronti a imparare. Sicuramente da parte dei giovani serve collaborazione, disponibilità e un po’ di sacrificio.
Quindi, le aziende devono fornire ai ragazzi percorsi di crescita chiari e prestabiliti. Allo stesso tempo, i ragazzi non possono limitarsi ad aspettare l’opportunità perfetta, ma devono sapersi adattare, accettare le sfide e dimostrare il proprio valore sul campo.
2. Il problema non è lo smart working, ma la cultura aziendale
Spesso ci si impunta sul tema dello smart working. C’è chi dice che va assolutamente adottato e chi invece pensa che lavorare da remoto riduca la produttività. Il punto, però, non è dove si lavora, ma come l’azienda gestisce e misura obiettivi e risultati. Se il tuo dipendente da remoto produce il doppio rispetto a quello in ufficio, forse il problema non è il ragazzo, ma il modo in cui misuri la produttività. Se invece produce molto di più dall’ufficio, forse è il caso di incentivarlo a venire in ufficio ogni giorno.
Dunque è vero che le aziende devono imparare a valutare i risultati invece delle ore o del luogo in cui si lavora, ma dall’altro canto i giovani devono comprendere che la flessibilità non è sinonimo di leggerezza, ma di responsabilità. Patti chiari, amicizia lunga: se si è produttivi non importa da dove si lavora o quanto tempo, l’importante è portare risultati!
3. Il vero motivo per cui la Gen Z scappa: aziende non attraenti
Alcune aziende italiane parlano ancora di “sacrifici per il bene comune”, ma il mondo del lavoro è cambiato. I giovani scelgono aziende che offrono crescita reale, un bel teami e un ambiente stimolante. Se la tua azienda ha un ambiente stagnante e zero possibilità di avanzamento, il problema non è la fuga dei giovani. È che non gli stai offrendo nulla di interessante!
Poi non voglio generalizzare: non tutte le aziende italiane sono obsolete e prive di visione. Ci sono realtà che cercano giovani talenti e che hanno dei begli amibienti (vedi la rubrica Best Place to Work), ma magari non sono ancora bravissime a comunicare verso l’esterno e a farsi notare dai giovani. Questa è una buona notizia: ci sono delle aree di miglioramento su cui si può lavorare!
Cosa possono fare gli imprenditori?
- Offrire opportunità di crescita concrete. Lo abbiamo detto mille volte in questa rubrica, ormai non c’è bisogno di ripeterlo! Ai giovani non basta uno stipendio: servono percorsi di formazione e di crescita professionale chiari. Basta con i titoli inutili e le promozioni a vuoto. Dai ai giovani un percorso chiaro e misurabile. Quando si inserisce un Gen Z in azienda, è importante avere chiara già dal primo colloquio la strada che percorrerà a livello di risultati, guadagni e ruoli. Devi far sì che il ragazzo abbia ben chiaro il suo percorso fin dal primo momento.
- Creare un ambiente che valorizza il merito. Il modello gerarchico non funziona più. Le aziende devono premiare chi dimostra valore, indipendentemente dall’età o dall’esperienza.
- Chiedere impegno ai giovani. Chi vuole crescere deve dimostrare determinazione e spirito di iniziativa. È giustissimo dar merito ai giovani, ma è altrettanto giusto che se lo meritino prima di tutto. Le aziende non devono cercare semplicemente “dipendenti”, ma persone che sappiano creare valore. Anche i giovani all’interno dell’azienda ne trarranno beneficio, perchè si troveranno in un ambiente stimolante e circondati da un team motivato che cresce insieme a loro.
La fuga dei cervelli non è inevitabile, ma trattenere i giovani talenti richiede allo stesso tempo un grande sforzo da entrambe le parti. Gli imprenditori devono modernizzare le proprie aziende, ma i giovani devono smettere di aspettare che il sistema cambi da solo. Il lavoro si conquista, non si pretende.
La domanda non è se i giovani sono pronti a lavorare. La domanda è: le aziende italiane e i giovani talenti sono pronti a iniziare a costruire il proprio futuro insieme?


